Diritto

Il caso Braibanti e il reato di plagio

By Set 7, 2012 Marzo 6th, 2015 No Comments

L’attenzione del pubblico omosessuale e non, ultimamente è stata suscitata dal libro di Gabriele Ferluga  Il Processo Braibanti (Zamorani- 2004) , forse l’unico caso in cui fu applicato l’articolo 603 del Codice Penale, ricorrendo cioè al reato di plagio, per perseguire di fatto  una relazione omosessuale. Tecnicamente non esiste una reale correlazione fra omosessualità e plagio.

Ma cerchiamo di ricostruire il caso. Aldo Braibanti  è un intellettuale di sinistra ed un ex partigiano, che fu accusato nel 1967 di aver plagiato un ragazzo di nome Giovanni che aveva all’epoca dei fatti aveva 19 anni. In quel periodo la maggiore età si raggiungeva a 21 anni, e secondo la giurisprudenza il soggetto poteva essere solo parzialmente capace di intendere e di volere.

Braibanti e il ragazzo si amano, e Giovanni scappa dalla famiglia per andare a vivere con lui.
I genitori di del ragazzo spesso vanno a trovare il ragazzo per convincerlo a tornare a casa. Ma il ragazzo rifiuta . Un sacerdote
amico del padre, informa quest’ultimo della natura di rapporto che intercorre fra Braibanti e il Giovanni e inducendolo  a denunciare  il
Braibanti  per reato di plagio.
Dopo la denuncia, i familiari del ragazzo con la forza portarono via il ragazzo e lo sottoposero a terapie come l’elettroshock.
Dopo una lunga inchiesta  Braibanti nel 1967 fu arrestato e processato. Il ragazzo non accusò mai  Braibanti di averlo plagiato anzi lo difese,  arrivando a dichiarare che aveva avuto rapporti sessuali ma non vi era stata alcuna  costrizione. Tuttavia le sue dichiarazioni, invece di aiutare la difesa dell’amico, dettero ulteriore vigore all’ipotesi dell’accusa. Di conseguenza  Braibanti fu condannato a 7 anni di carcere,  che in appello  gli furono ridotti a due.

A questo punto cerchiamo di capire che cosa si intende per  plagio.

Se una persona prende in mano un Codice Penale datato prima del 1981 trova che esisteva un articolo il 603, che recita:
“ Chiunque sottopone una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale  stato di soggezione, è punito con la reclusione da 5 a 15 anni”.

L’articolo fu successivamente abrogato dalla Corte Costituzionale  in quanto dichiarato non conforme alla Costituzione con sentenza n 96 dell’ 8 giugno 1981.. Dal punto di vista giuridico vi sono tre interpretazioni del plagio: una economica,una psicologica, una psicosociale. La prima muove i passi dal rapporto tra la nozione di  plagio e quella di riduzione in schiavitù. Questo perché i giuristi consideravano che da una parte il soggetto plagiante esercitasse sul soggetto plagiato un’influenza tale  da  limitare la sua  autonomia e la sua capace di intendere e volere. Dall’altra, che potesse pretendere adempimenti   coercitivi dal punto di vista lavorativo che avrebbero comportato di  fatto  la riduzione in schiavitù.

Tale teoria però fu molto difficile da sostenere per due motivi: non era facile riuscire a dimostrare che in una relazione tra due soggetti, un soggetto sia totalmente sottomesso altro; e secondo motivo perché l’interpretazione del plagio poteva contenere elementi di  manipolazione ingiustificata. Quindi da qui la conseguenza della difficoltà di applicazione, che portava spesso all’assoluzione dal reato ascritto al soggetto.

La seconda partiva dal presupposto che il soggetto plagiato perdesse ogni capacità di volere dal punto di vista strettamente psicologico. In altri termini, non solo il soggetto plagiato non aveva più la capacità di espressione ma anche la capacità di potersi creare una sua volontà.
Anche qui vi era la difficoltà di poter dimostrare che la personalità del soggetto plagiato venisse a tale punto eliminata e  manipolata da
perdere la capacità di pensare e agire,  essendo ridotta in uno stato di schiavitù psicologica.

La terza teoria partiva dal presupposto che il plagio non si potesse definire dal rapporto fra due soggetti, ma che  fosse  la ripercussione
del rapporto stesso che avrebbe comportato una violenza del soggetto assoggettante al soggetto assoggettato,    comportando una influenza
tale da violare la capacità giuridica e di agire del soggetto passivo.

Anche in questo caso la teoria non era facile da  dimostrare:

se da una parte essa non considerava come elemento giuridico la suggestione, dall’altra prendeva in considerazione la personalità  individuale nell’
aspetto sociale, che come concetto non poteva essere determinato nemmeno  dalle varie scuole  sociologiche e psicologiche, per cui il reato di plagio non poteva essere una norma applicabile nella realtà sociale. In conclusione la Corte Costituzionale, in relazione all’art. 25 della Costituzionale, ravvisando inapplicabilità della norma in questione, decise di cassarla dichiarandola incostituzionale.

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