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L’insostenibile leggerezza del gay

By Feb 22, 2015 No Comments
gay-bacioBuongiorno cari omosessuali e non. Sperando che Milan Kundera mi perdoni l’uso improprio del titolo della sua opera e se non siete troppo impegnati a riprendervi dai bagordi del folle sabato sera, prestate qualche attenzione a quella che non ha la pretesa di essere un’analisi sociologica, quanto una riflessione di un povero blogger che ha dormito sei ore in una settimana per un motivo o per un altro. Uno di questi é il fatto che anche un cavernicolo un po’ anzianotto dentro ha passato il giorno prefestivo, per la seconda volta in un mese,  in una delle tante discoteche di Roma, cosa che più o meno non capitava dal 1999. Ebbene, proprio tornando a casa da questa folle notte (si fa per dire) mi sono venute in mente delle considerazioni che mi procureranno la radiazione dalla comunità LGBT o per lo meno la cacciata da responsabile dell’ufficio stampa de La Fenice Gay. Il tema del giorno è: ma che vogliono sti froci?

Mi spiego meglio. La Fenice Gay si occupa, tra le altre cose, di una feroce battaglia per il raggiungimento dei diritti della comunità Lgbtqi quali matrimonio e adozione. Una battaglia in cui tutti noi crediamo, che sostentiamo con i nostri mezzi. Ci siamo impegnati a diffondere la cultura della prevenzione nelle scuole riguardo alle malattie sessualmente trasmissibili e in tutto questo siamo entrati in contatto con altre realtà e associazioni molto interessanti. Ci siamo uniti al grido di: “siamo tutti uguali”. Ma, quanto c’è di vero in questa affermazione? E non mi riferisco ad un discorso che ha il sapore omofobo, assolutamente, quanto ad un tema morale ed etico, seppur qualunquista e banale. Siamo davvero uguali agli etero sessuali nel modo di rapportarci alle persone e ai sentimenti? Me lo sto chiedendo spesso nelle ultime settimane e la risposta è: a volte. Si, perché ci sono coppie come quella che ci ha mostrato il servizio de Le Iene di giovedì 19 febbraio che lottano contro tutto e tutti e che, come in un romanzo ottocentesco qualunque scritto da Bronte, riescono a sconfiggere anche la morte in un’unione di anime che va al di la del terreno. Ci sono coppie di omosessuali che combattono contro i pregiudizi con le unghie e con i denti per riuscire a costruire la famiglia che hanno sempre desiderato, dando amore ad un figlio.
Li guardiamo con ammirazione estatica. La mia bacheca Facebook era tempestata di video, (che dopo un po’ diventano troppo voyeuristici entrando nel privato così intimo delle persone) con commenti del tipo: “avete visto il servizio de Le Iene”?. Un po’ come quando muore qualcuno e i social network si trasformano in necrologi da web 2.0. La mia domanda è: quanti di voi ammirano veramente queste persone? Quante persone sono veramente disposte a mettere in gioco tutte se stesse per ottenere questi diritti che bramiamo tanto? E la mia domanda ancora più provocatoria é: che ce ne facciamo del matrimonio se poi l’unica cosa a cui molti di noi pensano è che é inutile impegnarsi, tanto dietro l’angolo ce ne starà sempre uno migliore. Mi direte: “si, ma esistono le corna”. È questo il senso di emancipazione che i gay vogliono nel 2015? Ottenere un diritto vuol dire poterlo esercitare e non prendiamoci in giro, la maggior parte di noi non ha nessuna intenzione di farlo. Noi gay nel 2015 vogliamo prendere a morsi la vita, rotolandoci ogni sabato sera in qualche lenzuola diversa.
Noi gay del 2015 giudichiamo troia chi magari pubblica foto mezzo nudo sui social, guardandolo con la puzza sotto al naso per poi trovare il mondo di contattarlo non appena abbiamo un’erezione e dato che ci stiamo ne facciamo una ancora più sconcia in una gara di pettorali e addominali che sprizzano ormoni in ogni dove. Siamo coloro che quando abbiamo finito di completare l’album di figurine con i fisici di coloro con cui abbiamo fatto sesso, ci guardiamo indietro e diciamo: “e adesso? Ora che faccio? Santo cielo, sono vecchio, sono solo non mi vorrà più nessuno, i gay sono la peggior specie. Tutta colpa del matrimonio che non è legalizzato altrimenti ero sposato”. Troppo semplici miei cari. La verità é che se si ama, si ama a prescindere. Il matrimonio gay è necessario e inalienabile, è vero, ma per fare in modo che due persone che si sono amate per tutta una vita possano godere di diritti l’uno sull’altro. Dunque, la vera battaglia che dobbiamo combattere è ritrovare una profondità di valori che abbiamo perduto, io per primo.
Vogliamo ballare lady Gaga in discoteca? Nulla in contrario, facciamolo. Vogliamo fare sesso ogni sera con uno diverso? Facciamo anche questo. Vogliamo farci i selfie semi nudi? Certo, non toglietemi questo divertimento. Vogliamo il matrimonio? Certo, ma crediamoci davvero. Dimostriamo agli etero che siamo altro, che siamo persone non solo pezzi di carne sudati. Prendiamoci le responsabilità delle nostre scelte, in modo razionale. Solo in quel momento l’amore gay, il più puro secondo gli antichi greci (anche perché non finalizzato a una riproduzione biblica che, diamocelo, i cattolici lo considerano il cavallo di battaglia per darci contro) potrà avere ragion d’essere. Badate bene, il mio discorso é ovviamente provocatorio. Basta guardare il trono over di Uomini e Donne per capire come anche gli etero abbiano dei seri problemi di socializzazione tra milf e signori attempati che ancora cercano di spargere il proprio seme come dei cani che marchiano il territorio. Quello che voglio dire è che matrimonio vuol dire anche serietà. Vuol dire maturità. Vuol dire sacrificio come nella storia di Walter e Emanuel del servizio de le Iene che non devono restare solo un esempio e null’altro . Non dobbiamo guardarli e dire: “beati loro, ma tanto a me non accadrà mai”. Se vogliamo davvero, potremmo farlo accadere. I matrimoni per divertimento lasciamoli solo nelle puntate di Beautiful.
Vi lascio con una riflessione proprio di Kundera.
Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa si che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?
Dario Ghezzi

Dario Ghezzi

Dario Ghezzi nasce il 28/06/1988. Da sempre appassionato di letteratura, cinema e tv, è autore di tre romanzi autopubblicati per ilmiolibro.it. Da svariati mesi scrive per il blog Lanostratv.it e per un suo personale sito www.darioghezzi.it attraverso cui si fa promotore di idee e pensieri, tra cui la lotta per i diritti lgbt.

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